Special Issues 2019

"Skills and competences in maritime logistics: managerial and organizational emerging issues for human resources"

The Call for Abstracts is available here.

Abstracts submission deadline: 15.2.2019 extended! 5.3.2019. Full papers submission deadline: 15.5.2019. Abstracts and full papers will undergo double blind review.

The Special Issue will be published in Septembre 2019.

 

"Studying organizations: identity, pluralism and change"

The proposal has a strong and direct connection with the annual Workshop of Researchers in the Organizational Field.

The Call for Papers is available here.

Full papers submission deadline: 15.4.2019. Full papers will undergo double blind review.

The Special Issue will be published in May 2019.

Il lavoro tra sviluppo e solidarietà

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Dietro i numeri contenuti nelle statistiche sull'occupazione e sul lavoro stanno delle persone e delle famiglie con i loro bisogni, esigenze, paure, speranze. La constatazione è ovvia fino a un certo punto. Sempre più in economia i processi fanno premio sui soggetti, questi nella migliore delle ipotesi restano sullo sfondo. Ma i processi senza soggetto rischiano di diventare processi senza etica. Mai come al presente occorre mettere all'ordine del giorno la rivisitazione delle basi morali, culturali, politiche, sociali e ovviamente economiche della "questione lavoro", ponendola a fondamento di quelle che A. Sen chiama una buona società in cui vivere.

E' agevole constatare che tra lavoro (che non c'è; che per alcuni è troppo; che è aleatorio; che si perde) ed esperienze di vita dei diversi soggetti si stanno producendo fratture preoccupanti, quasi di tipo ontologico. Per molte famiglie il lavoro non è tale da garantire un'esistenza dignitosa. Ciò fa diminuire l’integrazione sociale nel mentre si sviluppano fenomeni di frantumazione e isolamento. Come già evidenziava Von Hayek, all'inizio degli anni '60, il lavoro a rischio genera anche una "perdita o razionamento di libertà". Chi non ha più il lavoro o teme di perderlo soffre sotto il profilo sociopsicologico e la sofferenza si ricollega non soltanto alla perdita di reddito, ma piuttosto alla perdita di status, di capacità di fare, di apprendere. E' dimostrato che il sussidio da disoccupazione non sostituisce il reddito da lavoro. La disoccupazione indebolisce i legami sociali e genera comportamenti opportunistici. Le zone ad alta disoccupazione strutturale sono sovente zone ad alta criminalità.

Ma non basta un lavoro purchessia. Occorre un lavoro decente capace, da un lato, di valorizzare le capacità e le potenzialità di ciascuno e, dall'altro, di fornire le condizioni per un affidabile progetto di vita. Flessibilità è una parola di moda, ma carica di grande ambiguità. In particolare non è uguale per tutti. Per i soggetti forti, con elevate dotazioni di risorse, può essere occasione di crescita, di arricchimento attraverso la diversità delle esperienze. Per i soggetti deboli la flessibilità rischia di essere una condanna. Dietro di essa stanno forme di vera e propria precarietà: lavoro a termine senza sapere cosa succederà dopo, part-time non scelto ma subito senza possibilità di sviluppo professionale. Tutto ciò è fonte di disagio, di stress, di ipercompetizione. Per i giovani programmare il futuro è sempre più problematico. Le coppie procrastinano il matrimonio e la nascita del primo figlio. Per molte donne le garanzie e le sicurezze, tanto in entrata quanto in uscita dal mercato del lavoro, continuano a rimanere problematiche.

Nel contempo aumentano le disuguaglianze e le discriminazioni. Sono colpiti i più deboli, i meno dotati, i meno capaci di iniziativa personale. Tra non lavoro ed esclusione i confini diventano progressivamente più labili. Il lavoro remunerato (anche stabile) non sempre è garanzia contro l’indigenza. Infine dal lavoro non scaturiscono automaticamente solidarietà e socialità. Emergono in non pochi casi dinamiche di contrapposizione e chiusure corporative.

In che modo e in che termini affrontare questi problemi? I margini di manovra sono oggettivamente modesti. Tra Italia ed Europa vi è un differenziale negativo che pesa e riduce considerevolmente le risorse (non soltanto finanziarie) disponibili e spendibili sulla strada dello sviluppo. Con altre parole l'Italia è costretta a fare i conti con una divaricazione sempre più marcata tra la raggiunta omogeneità monetaria (adesione al sistema Euro) e la possibilità di sostenerla sul piano dell'economia reale, della struttura e organizzazione del mercato del lavoro, dei fattori di competitività del sistema produttivo.

Tra i fondamentali dell'economia si è instaurata da tempo nel nostro Paese una circolarità viziosa che non è facile aggredire non ostante gli indubbi miglioramenti congiunturali. Nel mentre il tasso di disoccupazione raggiunge il livello più basso da dieci anni a questa parte quello di occupazione (e di attività) continua a registrare un differenziale negativo, mediamente di 5-6 punti percentuali rispetto a Francia e Germania e anche Spagna. In valore assoluto ciò equivale a circa 3 milioni di persone in più (soprattutto donne, giovani e anziani) che dovrebbero lavorare o almeno cercare di lavorare. Il gap occupazionale che si riscontra nel nostro Paese non è soltanto quantitativo ma anche qualitativo. Come noto l’incidenza della popolazione fornita di titolo di studio universitario è notevolmente inferiore a quanto si rileva nei paesi nostri diretti concorrenti. Tutto ciò finisce con l'impattare sulla modestia relativa del tasso di crescita sia del pil sia della produttività totale. Da questo punto di vista è appena il caso di osservare che il costo e la rigidità del fattore energia, dell'amministrazione pubblica, dell'organizzazione logistica e territoriale pesano molto di più del costo e della rigidità del lavoro.

Cause ed effetti rappresentano, in questa circolarità poco virtuosa, un mix sovente inestricabile. Basti pensare alle relazioni – in molti casi perverse – tra dimensione delle imprese, specializzazione produttiva, modelli di governance, partecipazione al commercio internazionale, investimenti in ricerca e formazione, fiscalità, efficienza ed efficacia del settore pubblico, rendite più o meno parassitarie. Tutto si tiene e tutto contribuisce a far sì che nelle graduatorie europee l’Italia si trovi sistematicamente nella parte bassa della classifica. Un recente studio di Banca Intesa ha dimostrato che la produttività della nostra industria manifatturiera aumenterebbe di oltre il 20% se la composizione per settori e classi dimensionali fosse analoga a quella di Francia, Germania e Gran Bretagna.

Così stando le cose credo vada rimarcata l'importanza programmatica del documento "Industria 2015", predisposto dal ministro Bersani, laddove si afferma che "per uscire dalla crisi e restituire all'industria il ruolo di traino dobbiamo riportare i temi dell’economia reale al centro del dibattito culturale, aprendo una fase di riflessione che deve coinvolgere la politica, le parti sociali e la società tutta". Aggiunge inoltre il documento: "Per questo dobbiamo affrontare i problemi dell’industria con lo sguardo rivolto al futuro cercando di cogliere, all'interno delle diverse filiere produttive, la possibile collocazione strategica del nostro Paese. E dobbiamo riportare al centro dell'attenzione i temi dell'impresa intesa come luogo di creazione di una nuova ricchezza, di valorizzazione delle competenze professionali, di incontro tra tradizione e innovazione, di sbocco professionale per i giovani, di fattore di integrazione per i nuovi immigrati".

Chiediamoci come il lavoro può diventare perno di una convivenza solidale tra persone che operano per accrescere le risorse disponibili nella prospettiva di una loro più equa distribuzione. In quest'ottica il lavoro non è fine a se stesso, ma diventa momento di un percorso dotato di significati più ampi e più ricchi, affidato a una realizzazione antropologica nella quale coesistono benessere materiale e ricerca di senso. Ne discendono due implicazioni ben precise.

La prima. Sviluppo e lavoro richiedono di essere assunti in termini contestuali. Il lavoro non viene "dopo" lo sviluppo, come portato o conseguenza dello stesso. Al contrario, ne costituisce un elemento coessenziale al pari di altri fattori quali l'innovazione, la qualità, la creatività che proprio nelle persone trovano il loro radicamento e la possibilità di piena esplicazione. Il gap tra dinamiche produttive ed esigenze quantitative e qualitative del lavoro richiede di essere ricomposto nell'ambito di una concezione allargata di sviluppo, nella quale la valorizzazione delle risorse umane non è un costo da minimizzare, ma al contrario una grande opportunità, sia per aumentare la qualificazione e la competitività dell’intero sistema-paese sia per ampliare la gamma di beni e servizi ad alto valore aggiunto. Con altre parole potremmo dire che per stare sulla scena mondiale il nostro Paese non deve costare di meno (ci saranno sempre realtà con costi inferiori), ma al contrario valere di più.

La seconda. Va sottolineato con forza che gli obiettivi dianzi richiamati non possono essere perseguiti con l'armamentario di politiche economiche cui ha fatto ricorso il nostro Paese in tutti questi anni. Trattasi di politiche traguardate sul breve periodo, centrate su poche variabili aggregate e macro di carattere prevalentemente finanziario; di politiche subalterne alle vicende congiunturali internazionali e nel contempo incapaci di fornire un orientamento ai molti vitalismi locali; di politiche latitanti sul versante dell'offerta ovvero della predisposizione e gestione di un sistema articolato di interventi nell'ambito reale dell'economia (settori, sistemi di imprese, territori).

Come declinare lavoro e sviluppo in vista di una buona società in cui vivere? Ci sono a mio avviso tre passaggi fondamentali:
- Occorre in primo luogo investire nell'intelligenza. Ciò richiede uno sforzo massiccio nell’ambito della formazione, della ricerca, della realizzazione di reti attraverso le quali diffondere le innovazioni facendole fruttificare sul territorio. Questo però non è sufficiente. Occorre altresì investire in una migliore qualità della vita per tutti. Vi sono bisogni ed esigenze che non possono più essere sacrificati a livello di cultura, lotta alla povertà e all’esclusione, sanità, protezione e valorizzazione dell’ambiente, ecc. Essi rappresentano nel contempo importanti "giacimenti" dai quali attingere per alimentare la crescita, radicandola più saldamente nella società civile. Per il nostro Paese vi è la necessità di risalire "a monte" per esercitare una capacità di controllo e di condizionamento sulle determinanti del progresso scientifico-tecnologico e nel contempo estendersi "a valle" per cogliere tutte le implicazioni del progresso stesso in termini di effetti moltiplicativi, di trascinamento, di generazione di nuove attività.
- In secondo luogo occorre creare un clima di fiducia tra i vari protagonisti della società e dell'economia, in particolare imprese, sindacati, istituzioni. La concertazione è una questione europea, nazionale e anche locale. Essa può essere intesa come una pratica che in sistemi complessi, con molti gradi di libertà, al loro interno, può consentire la combinazione virtuosa di progettualità, consenso e partecipazione. La concertazione risponde alla necessità di governare variabili economiche e sociali tra loro collegate da rapporti di interdipendenza e processualità e per le quali l'affidamento al solo mercato o alle prescrizioni dell'autorità pubblica si rivela o troppo rischioso o troppo costoso e, quindi, inefficace. In altri termini, le strategie di gestione economica e sociale presentano connotati di collegialità, ovvero presuppongono un certo grado di coinvolgimento dei soggetti interessati sia a livello macro sia a livello micro. Tale coinvolgimento può assumere varie configurazioni: lo scambio di impegni reciproci o multilaterali tra i diversi protagonisti, in ordine al conseguimento di obiettivi pro tempore condivisi, la definizione di comuni regole del gioco, l'assunzione di comportamenti coordinati e integrati.
- In terzo luogo occorre solidarietà. Solidarietà tra uomini e donne, tra padri e figli, tra regioni ricche e regioni povere, tra chi ha risorse finanziarie e chi ha capacità di iniziativa economica e sociale e chiede di essere sostenuto. La solidarietà è altresì presupposto per l'efficacia degli indispensabili processi di riconversione produttiva. Un ponte tra la "distruzione" di attività (e quindi di posti di lavoro che non hanno più una ragionevole prospettiva) e la "creazione2 di nuove iniziative e possibilità occupazionali. La compensazione – quando c’è – non è né meccanica né automatica. Occorre tempo e in molti casi il "capitale umano" che viene espulso dalle industrie che si ristrutturano non è lo stesso che domani sarà impegnato nelle nuove attività.

Il lavoro non si crea per decreto e neppure discende spontaneamente dagli automatismi di mercato. La valorizzazione del lavoro ovvero delle persone che lavorano o potrebbero lavorare deve entrare in sinergia con la valorizzazione di tutte le altre risorse del Paese. Tra queste troviamo innanzitutto le risorse imprenditoriali così come si esprimono nelle grandi e nelle piccole imprese. Le prime possono creare lavoro sia direttamente sia indirettamente (attraverso l’indotto, gli accordi di collaborazione con altre realtà produttive e istituzionali, ecc.) sia concorrendo alla realizzazione di un contesto economico, sociale, culturale favorevole alla crescita reale. Per quanto riguarda le seconde si tratta di promuovere le condizioni affinché possa pienamente esplicarsi il potenziale in esse presente, in virtù anche del loro modo originale di stare nell'ambiente, di interagire con le società locali coniugando flessibilità e specializzazione, di rispondere tempestivamente alle esigenze della domanda così come avviene nelle molteplici realtà distrettuali.

Per quanto concerne le risorse finanziarie, va sottolineata la necessità che le istituzioni finanziario-creditizie si trasformino sempre più in strumenti per la crescita del sistema economico produttivo. Del pari la spesa pubblica - non basta tagliarla – deve saper collegare modernizzazione ed equità sociale fornendo elementi di orientamento, stimolo e regolazione. Tra le risorse da inserire in un processo di valorizzazione vanno collocate altresì quelle ambientali, culturali e fisiche. Una politica agroindustriale allenta i vincoli della bilancia commerciale e crea spazi per misure espansive. Una politica urbanistica e dei trasporti aumenta la competitività del sistema paese. Una politica turistica nel mentre migliora la qualità della vita genera opportunità per nuove interazioni economiche e sociali.

Vi sono infine – con forti connotati di trasversalità – le risorse immateriali connesse al sapere, alla conoscenza, alla ricerca, alla formazione. Trattasi di risorse che sussistono e si sviluppano in quanto incorporate nelle persone e in virtù di contesti favorevoli alla loro fertilizzazione: il giovane, terminati gli studi, deve poter trovare una rete di condizioni e di servizi per giocare sul campo la propria creatività congiuntamente alle conoscenze acquisite, anche mettendosi in proprio dando vita a progetti di imprenditorialità individuale e associata a livello di mercato e a livello sociale.

Attraverso le politiche, sommariamente richiamate, passa in misura non marginale la modernizzazione del nostro Paese. Essa non può essere interpretata né al ribasso né tantomeno in chiave autoreferenziale. Deve essere solidale di un disegno di trasformazione reale. Un disegno nel quale far convergere le politiche di breve e le politiche di medio e lungo termine (oggi del tutto mancanti), nel quale far interagire il pubblico, il privato, il privato-sociale (il gioco non è affatto a somma zero); nel quale armonizzare l’insieme e le parti (il federalismo è un patto per unire e non per dividere); il mercato e lo stato; la libertà e la regolazione; la flessibilità e la sicurezza. Un disegno nel quale il sociale ed il civile non sono confiscati ma al contrario valorizzati per quanto di originale possono esprimere. Ha affermato di recente Jacques Delors: "La competizione stimola, la cooperazione consolida, la solidarietà unisce".

Le discriminanti di siffatto modo di ragionare sono etiche e politiche ad un tempo. Ne indico sinteticamente tre. La prima. Le trasformazioni, con le quali fare inevitabilmente i conti, esigono la capacità di coniugare sacrifici presenti e benefici futuri su una base di equità. La seconda. Le trasformazioni, per essere efficaci, richiedono adeguate forme di partecipazione e di controllo. La terza. Le trasformazioni devono comportare la progressiva realizzazione di assetti più giusti ed equilibrati, un saldo netto in termini di democrazia sostanziale e di cittadinanza.

L’inserimento di una dimensione etica nel campo dell’economia richiede un'ipotesi forte di partecipazione, di coinvolgimento di risorse individuali e collettive, come modo per cogliere e valorizzare le interdipendenze tra gli uomini e le situazioni, promovendo comportamenti più solidali. Tutto ciò, nel contempo, si rivela essenziale anche per il successo e le performance delle stesse iniziative economiche. Pur con tutti i limiti e le contraddizioni, il potenziale partecipativo oggi esistente è enorme. Un potenziale partecipativo che si lega a istanze profonde di giustizia, di umanizzazione, di democrazia in grado di esprimersi in tutti gli ambiti della vita associativa.
La questione del lavoro non rappresenta un problema tra i tanti, ma bensì il problema per eccellenza. Il lavoro è e resterà una dimensione fondamentale della vita degli individui e delle loro famiglie, un modo sicuro per essere cittadini e uomini liberi. Il lavoro è luogo e mezzo di costruzione del bene comune. Da questo punto di vista appaiono del tutto fuorvianti le esercitazioni di futuribile che vedono nel lavoro una categoria residuale per la maggioranza della popolazione , destinata a autorealizzarsi fuori, nel tempo libero. Certo il lavoro si modifica nelle forme, nei contenuti, nelle sue modalità di esplicazione. Diventa una realtà complessa e articolata, leggibile nell’ottica del percorso – individuale e collettivo – il cui esito è legato alle qualità personali alimentate dalla formazione scolare e continua e alla rete di condizioni e di opportunità di valorizzazione e promozione.

Si parla giustamente di patto per il lavoro e per la produttività. Esso riveste un'importanza strategica non solo per il nostro Paese ma per l'Europa intera. La questione occupazionale travalica i confini dei singoli stati per investire la responsabilità dell’Unione Europea la quale sembra talvolta dimenticare che la crescita costituisce un suo obiettivo prioritario in quanto senza di essa rischia di incrinarsi l'economia, il mercato comunitario e la stessa coesione sociale. Il passaggio dall'ottica del singolo stato nazionale all'ottica dell'Unione Europea, potrebbe significare il passaggio da una politica di controllo rigido della domanda a una politica espansiva finalizzata al lavoro e a una migliore qualità della vita. Si tratterebbe di riattualizzare Keynes nell'era del postfordismo, attenti alla qualità (e non solo alla quantità) della domanda da suscitare. Problemi all'apparenza irrisolvibili a livello di singolo paese – altrimenti salterebbe la bilancia dei pagamenti, ripartirebbe l'inflazione – possono non rivelarsi tali a scala di Unione Europea ove risulta possibile far operare meccanismi di stimolo, di compensazione, di rilancio. Certo l'Europa non è un'isola autosufficiente, deve fare i conti con il mercato mondiale. Ciò è vero, però l'Europa può essere un soggetto politico, economico, culturale in grado di orientare, per la sua parte, i processi di globalizzazione in atto verso obiettivi di maggiore equilibrio, giustizia, solidarietà interna ed esterna.

Abbiamo di fronte una grande sfida etica e culturale: quella di ricostruire il senso del lavoro nella sua dimensione personale e collettiva. Il lavoro è diritto, dovere, responsabilità, costruzione politica e sociale. Esso chiede oggi umanizzazione e trascendimento. Non può essere visto in termini meramente strumentali, secondo una pretesa di totalità. Non è fine a se stesso, ma diventa momento di un cammino dotato di significati più ampi e più ricchi, affidato a una realizzazione antropologica nella quale possono coesistere le ragioni dell'utilità e le dimensioni culturali e sociali. Attraverso il lavoro di ciascuno si alimenta creativamente un bene comune, il più ampio possibile nella prospettiva di una economia multidimensionale, dinamica e coevolutiva con il mondo nel quale si inscrive, a servizio dell’uomo e non padrona del suo destino.

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Questo nuovo numero della rivista (il quinto della serie) affronta un ventaglio ampio di argomenti di cui vengono colti sia aspetti teorici sia aspetti applicativi aprendo nel contempo interessanti prospettive di sviluppo futuro. E' questo sicuramente il caso del saggio di Dario Velo. Da qualche tempo l’autore sta ponendo all'attenzione degli studiosi e dei policy makers il tema dell'impresa europea di interesse generale, intesa come corpo intermedio nel quadro di un ordine costituzionale fondato sulla sussidiarietà. Trattasi di una realtà che sorge e si sviluppa per risolvere problemi di grande portata dimensionale e temporale e che il mercato non è in grado di gestire con le sue proprie forze. L'impresa europea di interesse generale si presenta come tessera di un mosaico più ampio costituito dall'Europa dei progetti (si pensi a Airbus, Galileo, Jet, ecc:) e in prospettiva dall'Unione economica e politica europea espressiva, per Dario Velo, di una nuova statualità.

La contaminazione dei saperi, la convergenza tra pubblico e privato, l'ottica sistemica caratterizzano gli studi e le esperienze più significative di marketing territoriale. Il saggio di Matteo Caroli, profondo conoscitore dell'argomento, integra efficacemente visione teorica e studio di caso, sviluppato applicando l'analisi SWOT e facendone discendere significative implicazioni di politica turistica. Il contributo di Peter Dobay nasce da una collaborazione scientifica e didattica tra la nostra Facoltà e la Faculty of Business Economics di Pécs in Ungheria. Il saggio di Dobay, già Dean di detta Facoltà, si focalizza sul ruolo di Internet come strumento per avviare nuovi business ma anche per riorganizzare le attività tradizionali delle imprese. Si tratta di scegliere le soluzioni più appropriate in modo autonomo rispetto alle sollecitazioni dei "vendors", valutando non solo i possibili benefici ma anche i rischi connessi con il cambiamento.

Nell'ambito degli working papers Angelo Gasparre da conto delle prime risultanze di una ricerca sul lavoro atipico in Liguria. L'approccio perseguito è di sicuro interesse laddove il fenomeno – nelle sue diverse configurazioni – viene valutato tenendo conto da un lato delle trasformazioni del mercato del lavoro e dall'altro delle esigenze, non scevre da contraddizioni, delle imprese. Emerge una molteplicità di situazioni che non consentono giudizi netti e inequivoci. Meritevole di attenzione è la distinzione, che emerge dalla ricerca, tra imprese "vecchio stampo" portatrici di un atteggiamento virtuoso nei confronti della flessibilità nel cui ambito non si trascura la valorizzazione del lavoro e imprese di nuova generazione orientate a impostazioni di breve termine e a un uso meramente strumentale del lavoro atipico, destinato a scadere nella precarietà.

Il paper di Gianpaolo Abatecola e Sara Poggesi approfondisce la strategia del gruppo Eni nell'ultimo quinquennio cogliendone le implicazioni in termini di modifiche organizzative. Ciò con specifico riferimento ai processi di liberalizzazione in atto nel mercato italiano del gas naturale. Il lavoro di Stefania Mitiga ha un indubbio pregio: quello di proporre una lettura del commercio equo e solidale assumendo il punto di vista degli operatori di sette paesi dell’America Latina. Il fenomeno, ancorchè marginale nelle sue dimensioni quantitative, si caratterizza al presente per trasformazioni intense e interessanti. La scelta, chiaramente evidenziata dall'autore, è tra il rimanere all’interno del circuito ristretto dell'economia solidale e l'aprirsi all'esterno misurandosi con le opportunità offerte dai processi di globalizzazione

Il contributo di Bruno Maggi e Andreu Solé, da noi riproposto ai lettori, occupa un posto di rilievo in questo numero della rivista. Per il pregio del lavoro in sé, per le modalità espositive delle argomentazioni presentate. Il tema concernente i processi decisionali è sviluppato dai due autori secondo l'ormai perduto schema della "disputa" tra più personaggi (tre in questo caso) ai quali gli autori assegnano il ruolo di alfieri di diversi punti di vista. Ciò che sostengono Maggi e Solé è che per comprendere le diverse teorie esistenti circa le decisioni occorre preliminarmente individuare quale "visione del mondo" è ad esse sottesa. Ne vengono indicate tre: una visione deterministica, una visione soggettivistica, una visione processuale. Siamo dunque in presenza di un lavoro suggestivo e stimolante che sostanzialmente ci dice che anche nelle nostre discipline sono forse possibili più stili narrativi ovvero che la conoscenza può passare attraverso strade espressive diverse. Ritorneremo sicuramente sull’argomento.